Vi presento David, altro mio personaggio (Tratto da ‘La scatola dei ricordi’)

David, quella notte, scese le strette scale che collegavano il suo piccolo appartamento alla cantina, nel seminterrato. Ogni volta che aveva raggiunto il limite massimo di sopportazione per la vita, si rinchiudeva in quella piccola e polverosa stanza, rischiarata dalla flebile luce della torcia che teneva appesa al soffitto. Era il suo modo di staccare la spina dal mondo, di respirare un attimo di tranquillità e d’isolamento da quella società che risultava troppo difficile da gestire.

Era un perfetto misantropo, ogni volta che si ritrovava a dover relazionare col mondo esterno gli costava una fatica tremenda, l’unico momento che riusciva a godersi era quando incontrava Cindy e Antony, due amici che accettavano le sue bizzarrie e con i quali si trovava bene, si sentiva libero di esprimersi senza essere giudicato.

Aprì la piccola e malconcia porta della cantina, accese la torcia e si sedette per terra, a gambe incrociate e con la schiena appoggiata al muro. Ripensò a cosa aveva appena fatto, a come non riuscisse a gestire certe emozioni che nascevano da un posto a lui sconosciuto e temuto, l’inconscio. Chiuse gli occhi cercò di coglierne il senso, analizzando l’accaduto…

Quella sera non era riuscito a prendere sonno, osservava il buio a occhi aperti alla ricerca di una via di fuga da quel groviglio assillante di pensieri. Schiacciò per l’ennesima volta il tasto che faceva illuminare il quadrante della sveglia, le due e trenta.

“Perché non riesco a vivere normalmente?”, si chiese a voce alta alzandosi dal letto.

Provava una forte invidia verso quegli amici cui bastava il sabato sera e un boccale di birra per essere felici.

Indossò un paio di bermuda e infilò i vecchi mocassini di pelle marrone, che a furia di indossarli in malo modo, senza usare il calzascarpe, avevano preso una forma irregolare tutta loro, poi, sopra, abbottonò una camicia di lino che in origine era bianca, ma, adesso, era di un grigio spento perché stava attraversando con David uno dei suoi periodi di sconforto, dove non gli importava nemmeno di lavarsi e di cambiarsi.

Uscì di casa e s’indirizzò a piedi verso il locale notturno che si trovava a due isolati dal suo appartamento, sua unica vera attrattiva lì in quel piccolo paesino della Franciacorta. Ecco come si sentiva vivo, si riparava dietro alcuni vizi per smettere di pensare. In quel breve tragitto fumò tre sigarette, una dietro l’altra, usava il tizzone di una per accenderne una nuova, aveva voglia di fumare fino a consumarsi i polmoni.

Arrivò fino alle scale che scendevano nel locale, situato nel piano seminterrato e, guardandole, pensò a che maschera indossare quella sera. Sarebbe stato un personal trainer? Un giovane figlio di papà? Un disperato che è appena stato lasciato dalla ragazza?

Qualsiasi cosa andava bene, qualsiasi tranne se stesso.

Scese le scale continuando a pensare al personaggio che avrebbe interpretato, aprì la porta che, quando si richiuse alle sue spalle, lo fece sentire protetto, nel suo mondo.

C’erano pochi clienti, il numero delle ragazze era di lunga maggiore al loro, tutte ammiccavano e gli si avvicinarono con l’intento di spillare quanti più soldi possibili dal suo portafogli, lui ne era consapevole e gli andava benissimo così, si comprava qualche minuto di compagnia senza nessun vincolo morale o sentimentale.

Tra le spogliarelliste presenti c’era Chantal, che David conosceva molto bene perché, un anno addietro, frequentò innamorandosene. Conservava ancora le chiavi del suo piccolo appartamento di Desenzano, un attico arredato molto finemente, delle quali lei non gliele richiese più indietro e, lui, se le tenne sempre in vista, sul comodino di camera sua, come ricordo del suo primo amore impossibile. La loro relazione s’interruppe per l’ingestibile gelosia e possessività di lui, che non riusciva a sopportare il modo in cui Chantal si guadagnava da vivere, si era illuso di poterle far cambiare vita ma, alcune persone, preferiscono aver il portafogli più gonfio del cuore. Avevano comunque mantenuto un buon rapporto di amicizia e di stima. Agli occhi di David, quella ragazza, scappata dalle mani violente del padre in Russia, sola e senza nessun aiuto, era simbolo di coraggio, di forza di volontà nel poter cambiare la propria vita facendo un salto nell’ignoto.

Mentre stava chiacchierando con lei, osservando i lunghi capelli neri che le scendevano lungo le spalle e il petto, fino a nascondere i piccoli e rosei capezzoli, gli successe quello che per lui, ormai, era un’abitudine. D’improvviso, senza capirne il motivo, fu avvolto da un manto di malinconia che, salendo dalla bocca dello stomaco fino alla gola, gli bloccò le parole e la salivazione. Tutto quello che, fino a quel momento, sembrava dargli soddisfazione e senso in quella serata, appariva come inutile, sporco e sbagliato. Le luci colorate del locale, da brillanti e allegre che erano, sembravano esser diventate cupe e, la musica, sembrava essere ovattata.

Si voltò senza salutare Chantal e uscì velocemente dalla porta, sgattaiolando su per le scale con la stessa movenza di una lucertola impaurita. Nessuna luce colorata e nessun rumore, solo silenzio, la strada deserta, e il buio che inghiottiva tutto ciò che distava pochi metri dai lampioni.

Si mise in cammino verso la piazza, avrebbe impiegato cinque minuti per raggiungerla, percorrendo la stretta via che si faceva largo tra le antiche cascine ristrutturate, come fosse un grosso serpente dormiente che veglia il sonno dei suoi paesani.

Si sedette sulla panchina di ferro, al centro della piazza, circondata da bellissimi giardini ben tenuti. La testa gli stava esplodendo, troppi pensieri nascevano e sembravano ingigantirsi nutriti da altri pensieri, troppe domande affollavano la sua mente: “Perché, per sentirmi bene, devo indossare delle maschere, fingermi forte e sicuro, quando, un solo sguardo sbagliato o un consenso non dato, faceva crollare le mie certezze? Da dove deriva questa mia fragilità?”

Aveva bisogno di tornare con i piedi per terra, sfuggire alla paranoia, tornare alle origini. Si tolse la camicia, i mocassini ed i pantaloncini e li appallottolò infilandoli sotto la panchina. Restato in mutande, imboccò la via che portava fuori dalla piazza, una piccola strada che, dopo il passaggio a livello, diventava sterrata, costringendolo ad avanzare molto lentamente per non ferirsi con i sassi appuntiti.

Saltò un piccolo fossato e si ritrovò in un campo, la terra a contatto con i piedi emanava calore, immaginò che fosse il mondo a volergli dare il suo affetto, un tiepido abbraccio. Tolse anche le mutande, tanto nessuno lo poteva vedere, era lui, la terra e il cielo trapuntato di stelle. Raccolse un blocco di terra e, guardando in alto, verso quell’indecifrabile infinito, lo scagliò, urlando al cielo: “Perché metti al mondo i tuoi figli senza spiegargliene il motivo?! Dimmi perché soffro! Dimmi perché respiro! Non lasciarmi senza risposte! Sei un egoista!”

Crollò a terra piangendo, immaginando che le sue lacrime, magari, sarebbero servite a qualcosa, si sarebbero fatte largo tra la terra e avrebbero dato di cui dissetarsi a un piccolo seme dal quale, di lì a poco, sarebbe cresciuta una piccola spiga di grano. Fu questo pensiero a farne nascere uno nuovo: in realtà esistere non aveva di per sé un senso, ma, l’uomo, tendenzialmente, lo trovava in base ad azioni causa-effetto traendone piacere, come quello di essere responsabile della nascita della piantina. Ecco forse il segreto per essere felice, ecco come tutti facevano ad esserlo, correvano in continuazione senza mai fermarsi e concentrandosi sempre e solo su obiettivi futuri da raggiungere, a discapito del presente.

Iniziò a pensare che a lui il materiale non bastava, era la parte meno interessante della vita, si sentiva schiavo di cose ben più grandi, dipendente dalle emozioni che trovava in tante cose, fumando una sigaretta, assaporando la pelle di una sconosciuta, scavando nei suoi pensieri, scrivendo o ascoltando musica… il problema era quando arrivava l’astinenza, quando quel senso di apatia lo padroneggiava e non gli restava che giocare il jolly, la tristezza. Era anche quella un’emozione, anzi, era forse la regina delle emozioni, dalla quale non si sa da dove, nascevano delle bellissime frasi e poesie che abbozzava sul suo diario. La temeva e la odiava, faceva di tutto per soffocarla quando invece sapeva che solo imparando a conviverci non ne sarebbe stato più schiavo.

Decise di far pace con la malinconia e proseguì nei suoi pensieri: ‘E se invece è meglio far attenzione alle cose che non si fanno? Perché tutti progettano continuando a correre sulle rotaie quando, scendendo da quel treno consumistico e riprendendo a camminare normalmente, da uomini, magari scalzi come lo sono io in questo momento, avrebbero gustato davvero il senso e l’essenza della vita?’

Si guardò intorno, quel campo deserto era ora affollato da gente che andava e veniva, gli uomini tutti in abito con una ventiquattrore in mano e le donne in tailleur grigi con delle cartellette colorate sottobraccio. Tutti si muovevano in direzioni diverse ma nello stesso identico modo, con lo sguardo basso e serio.

“Cosa hai fatto oggi?”, chiese a uno di questi.

L’uomo appoggiò la borsa in terra, diede uno sguardo all’orologio facendo intendere che non aveva tempo, e rispose frettolosamente: “A dire il vero un sacco di cose, è stata una giornata davvero grandiosa, ho tenuto una riunione molto importante con i vertici della mia azienda ed ho controllato le mie quotazioni in borsa… Positive!”, disse entusiasta.

“Hai una famiglia?”

“Sì, certo… una moglie e due figli”, rispose mentre si allontanava.

Sparì dietro la grande siepe in fondo al campo.

Tutti sparirono improvvisamente.

Era nuovamente solo.

Indossò le mutande e si diresse verso la piazza, ripensando a quell’uomo che sembrava essere davvero felice, e chiedendosi se avesse prestato attenzione alle cose che non aveva fatto oggi… Si era alzato dieci minuti prima per preparare la colazione da portare a letto alla moglie? Si era accorto che nel suo sguardo c’era una richiesta d’affetto? Si era ricordato prima di uscire dalla casa, di posare un bacio sulla fronte dei suoi bambini?

Ecco le domande che avevano davvero importanza, quelle che avrebbe voluto porgergli se, quell’uomo, non fosse sparito così frettolosamente.

In cuor suo, David, immaginava che quell’uomo esistesse anche nella realtà, e che magari stesse sognando uno sconosciuto, seduto a terra in mezzo a un campo, completamente nudo, che gli parlava delle cose a cui non faceva attenzione.

Tirò un sospiro di sollievo nel vedere che i suoi vestiti erano ancora sotto la panchina dove li aveva lasciati, si rivestì e fu avvolto dalla sensazione opposta a quella provata nel locale, aveva inspiegabilmente un senso di pace e tranquillità, di accettazione della vita e delle sue sfumature.

Quando rientrò in casa, il piccolo attimo di serenità che gli era improvvisamente apparso, tornò a svanire…

Decise che era il momento di scendere in cantina.

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25 comments

  1. Silvia · marzo 11, 2014

    Molto interessante anche questo personaggio, scrivi davvero molto bene, complimenti 🙂

  2. ninjalaspia · marzo 11, 2014

    Bello.
    Dici “personaggio” però intuisco che c’è molto di te in lui ;-), sbaglio?
    “E se invece è meglio far attenzione alle cose che non si fanno?” Giustissimo, ecco il nodo, basta saper poi accettare le conseguenze. Perché pochi permettono che tu faccia attenzione ad altro che non sia un copione. In pratica la mia vita.
    Sempre bravissimo!

    • Carlo Galli · marzo 11, 2014

      In effetti mi hai scoperto… in tutti i personaggi ci sono nascosto un po hahaha
      🙂

  3. mondidascoprire · marzo 11, 2014

    Davide ha bisogno di un incontro, ha bisogno di un maestro che gli faccia scoprire il vero se stesso e lo rilanci nella realtà con uno sguardo di speranza e di voglia di costruire , di lottare. Ci vuole qualcuno che ci faccia vedere…Ieri ho visto il film ” Il lato positivo”, dove è l’incontro tra due persone “emarginate” perché considerate malati psichici, diventa occasione per conoscere se stessi e la realtà a partire però da una grande lealtà con tutto e quindi fa cambiare e amare veramente.

    • Carlo Galli · marzo 11, 2014

      Nel seguito si scoprirà 🙂
      credo che lo caricherò a puntate questo
      😉

  4. paroleacapo · marzo 11, 2014

    L’ha ribloggato su cristina capodaglio.

  5. jalesh · marzo 11, 2014

    Bellissimo personaggio anche questo …bisous

  6. Marco · marzo 11, 2014

    Ciao Carlo, molto bello il tuo pezzo, complimenti…

    • Carlo Galli · marzo 11, 2014

      Davvero mille grazie
      Felice ti sia piaciuto
      🙂

      • Marco · marzo 12, 2014

        Ho visto che non mi segui più… mi dispiace

      • Carlo Galli · marzo 12, 2014

        Ciao Marco… ti seguo ancora si, è che uso 99 per cento il cellu quindi è un po limitante 😉

      • Marco · marzo 12, 2014

        E infatti anche io, però ho visto che tu non compari nei miei seguaci.
        Infatti non risulti più nella lista… ma tu hai già scritto un libro?

      • Carlo Galli · marzo 12, 2014

        Sì. .. ma mi sembra strano perché da me risulta che ti seguo… boooh provo a rifare…

  7. Patrizia M. · marzo 11, 2014

    Ci hai presentato un bellissimo personaggio, forse perché anche a me piace ogni tanto staccare la spina e isolarmi, mi piace in particolar modo.
    Bravissimo, scrivi molto bene, complimenti.

  8. zerogravity · marzo 12, 2014

    apperò… 🙂

  9. itai3579 · marzo 12, 2014

    anche io ho avuto un David, nella mia vita… era lui. Ero io. Eravamo noi due, insieme, distanti, soli e tristi…

    • Carlo Galli · marzo 12, 2014

      😱😱 oggi carico la seconda puntata. .. 😀

      • itai3579 · marzo 12, 2014

        aiuto… a volte i ricordi fanno male.
        e che tempismo…

      • Carlo Galli · marzo 12, 2014

        😅

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