Un breve racconto (Grazie al blog Lanostracommedia che offre sempre interessanti spunti)

“Che stia lontana da casa mia” aveva risposto Stefania al Dottor Linetti.
Lo sapeva che Eva era pur figlia sua, ma lei, di tossici in casa non ne voleva nemmeno l’ombra. E chissenefrega se la colpa era veramente sua, come diceva quello strizzacervelli che la invitavano a frequentare. Anche lei era cresciuta senza tanti abbracci eppure, di infilarsi una siringa nelle vene non ne aveva mai avuto la necessità. Se sua figlia era nata disgraziata non sapeva che farci.
“Ma forse, signora Bonetti, un po’ di comprensione…” cercò di ribattere il Dottore.
Di comprensione ne aveva già avuta fin troppa per quella disgraziata che viveva per la strada, facendole fare la figura di quella che non le ha dato di che sfamarsi, aveva chiarito Stefania.
“E punto” concluse.
“Si ma, anche lei non la ha mai appoggiata per via…” tentò nuovamente di chiarire il medico venendo interrotto.
Lei non avrebbe appoggiato quelle idee strampalate di sua figlia, che viveva con il costante sogno di diventare una scrittrice, e tanto meno dovevano farlo loro. Che pensassero piuttosto a farla rinsavire in quella comunità, anziché permetterle di andare e venire quando ne aveva voglia.
“E il discorso è chiuso. Non verrò più a questi assurdi colloqui. Io l’ho partorita a diciassette anni e, essendo il padre ignoto, mi sono fatta un sacrosanto culo come donna delle pulizie per allevarla, contro i pregiudizi di quel ridicolo paesino… altro che pensare a fare l’artista… pensi lei, come mi ha ringraziata quella ingrata.”
Il Linetti restò immobile ad osservare la donna che usciva dal suo studio con passo deciso. Sapeva benissimo che lei, forse più della figlia, aveva bisogno di aggiustare qualche rotella che aveva fuori posto. Come poteva pensare ad allevare una figlia senza amore?
Era una fredda notte di Dicembre quando, verso le due del mattino, il telefono di casa Bonetti suonò. Stefania si alzò infreddolita e intorpidita dal sonno, alzò la cornetta e scoprì che, all’altro capo del telefono, c’era il Maresciallo dei carabinieri.
“Signora… non so come dirglielo… si tratta di sua figlia” disse la voce impacciata dell’uomo che, anche se era abituato a fare quel genere di lavoro, ogni volta, per lui era come ricevere un pugno nello stomaco.
“E’ morta?” lo anticipò Stefania.
“Si” confermò la voce.
Eva non c’era più, nessuno il giorno del suo funerale andò a piangere sulla sua lapide nuova di zecca, dove spiccava una foto di lei adolescente.
Molti, invece, sorrisero e le sarebbero stati grati per tutta vita. Nella tracolla che la giovane si portava sempre addosso, c’era un vero e proprio tesoro, una serie di riflessioni e racconti che, tramite la loro cruda realtà, contribuirono e contribuiscono ancora a dare una spinta in più nella lotta alla tossicodipendenza.
Stefania, ad oggi, non ha ancora trovato il coraggio di leggere gli appunti della figlia.

 

Carlo Galli

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15 comments

  1. fulvialuna1 · dicembre 4, 2014

    Dolorosamente bello. Quelle tracce che molti lasciano inutilmente finchè ci sarà la cultura della “diversità”.

  2. jalesh · dicembre 4, 2014

    Un bellissimo Mini racconto…..purtroppo si dice non è mai troppo tardi per ricredersi…ma in questo finale la madre si riscatta solo dopo la morte della figlia…..commovente. Bravo

    grazie …….

  3. mfantuz · dicembre 4, 2014

    Una brutta storia, raccontata bene. Complimenti Carlo.

  4. pinadamato · dicembre 5, 2014

    Un racconto che emoziona e coinvolge. Pina.

  5. ©Elisa · dicembre 5, 2014

    che dire? bravissimo, tu usi le parole come un suonatore di violino. entrambi se sono bravi ( e tu lo sei) toccano il cuore!
    Notte serena

  6. bom76 · dicembre 5, 2014

    Racconto coinvolgente e scritto molto bene. Bravo!
    Bea

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